Dal garage sotto casa ai trionfi mondiali: il riscatto da 140mila euro
Mentre attendo fiducioso che il mio grande collega Cesare rientri per riprendere in mano le sue amate colonne di meccanica e motori, mi trovo ancora una volta a far le veci della redazione su quattro ruote. L’informatica, i sistemi operativi e i giochi del passato restano senza dubbio il mio pane quotidiano, ma da curioso osservatore del mondo reale non posso fare a meno di farmi affascinare da certe strane conversioni del mercato.
La trasformazione di una berlina da famiglia per le gare del Gruppo 4
Tutto ha inizio nella metà degli anni Settanta presso gli stabilimenti di Mirafiori a Torino. La base di partenza era la classica Fiat 131, una vettura a tre volumi squadrata e priva di fronzoli, pensata originariamente per il trasporto quotidiano delle famiglie italiane. L’inerzia del progetto cambiò radicalmente quando la dirigenza torinese decise di affidare la scocca alle officine della Bertone e ai tecnici della Abarth per sostituire la precedente 124 nei campionati internazionali.
Per ottenere il via libera dalle autorità sportive nell’ambito del regolamento per le vetture derivate dalla serie, venne realizzata una serie limitata denominata Stradale di appena 400 esemplari. Gli interventi strutturali previdero componenti carrozzeria alleggeriti in vetroresina e alluminio, passaruota ampiamente allargati e modifiche sostanziali allo schema di molleggio. Il propulsore installato era un quattro cilindri da due litri con architettura a doppio albero a camme in testa e 16 valvole, capace di erogare 140 cavalli nella sua configurazione stradale con carburatore a doppio corpo, mentre le versioni riservate alle competizioni arrivavano a erogare oltre 220 cavalli. Nelle fiere di settore gli appassionati amano ricordare con un sorriso di quando veniva liquidata come una semplice “vettura da famiglia dopata”.
I trionfi iridati e le firme dei campioni del volante
A spazzare via lo scetticismo iniziale furono i responsi cronometrici sui percorsi sterrati e sull’asfalto di tutto il pianeta. La vettura torinese conquistò il Campionato del Mondo Rally Costruttori per tre volte complessive nelle stagioni 1977, 1978 e 1980, battendo la concorrenza agguerrita delle sportive europee dell’epoca.
A portare al limite questa carrozzeria raddrizzata furono piloti del calibro di Markku Alén (vincitore della Coppa Piloti nel 1978) e Walter Röhrl, che conquistò il titolo mondiale piloti nel 1980. Come testimoniano i verbali tecnici delle gare dell’epoca, nelle interviste ai campioni emergeva sempre la grande affidabilità meccanica: «Era una vettura robusta, capace di incassare sollecitazioni tremende e di mantenere un bilanciamento incredibile su ogni superficie», ricordava il pilota tedesco rievocando le sue vittorie sulle strade del Rally di Monte Carlo.
Il mercato delle auto storiche e l’importanza della conservazione
Nel corso dei decenni successivi, la grande maggioranza dei quattrocento esemplari stradali è andata incontro a modifiche pesanti, incidenti in gara o conversioni poco rispettose delle specifiche originali d’uscita dalla fabbrica. Proprio questa scarsità di modelli rimasti immacolati ha innescato una rivalutazione economica imprevedibile fino a qualche tempo fa.
Per chi colleziona queste icone, la differenza di quotazione si gioca su dettagli microscopici: dalla corrispondenza dei numeri di serie impressi sul telaio alla presenza dei componenti di finitura interna originali, fino alla tracciabilità completa dei documenti dell’epoca. Un solo dettaglio non coerente con l’uscita dallo stabilimento Rivalta può dimezzare l’interesse degli acquirenti internazionali.
Vendite da record e quotazioni che superano le blasonate sportive
Nelle più recenti sessioni di vendita organizzate dalle case d’asta specializzate, le quotazioni per un esemplare della 131 Abarth Rally in perfette condizioni di conservazione hanno toccato e superato la soglia dei 140mila euro. Si tratta di cifre che superano nettamente il prezzo di mercato di numerose vetture sportive a due posti di marche storiche o di gran turismo d’epoca prodotte in serie più ampia.
Quella che molti osservatori distratti liquidavano in passato come una presenza troppo comune sulle strade cittadine si è trasformata a tutti gli effetti in un pezzo da collezione d’altissimo valore. Non ci si trova più di fronte a una semplice curiosità automobilistica degli anni Settanta, ma a un vero oggetto di culto per la storia del motore italiano.
Il mio verdetto da vecchio curioso prestato ai motori
Vedere una squadrata scocca torinese valere quanto un’architettura da corsa pura dimostra che la storia e l’ingegneria sanno ribaltare ogni pronostico della vigilia.
Trattandosi di dinamiche di mercato davvero singolari, portare un progetto nato per la quotidianità a raggiungere vette di collezionismo simili dimostra quanto la passione per i dettagli originali e per le storie di successi sportivi possa fare la differenza. Se avete un vecchio modello conservato a dovere in garage, assicuratevi di controllare bene i documenti prima di svenderlo.
Cosa ne pensate di questa incredibile rivalutazione delle icone italiane del passato? Dite la vostra nei commenti qui sotto e continuate a seguire FullStackgarage.it per non perdervi i prossimi aggiornamenti!
Al prossimo articolo! Ci rivediamo presto tra processori, schede madri e righe di codice!
Il Vostro cronista che prova ad interpretare le valvole anziché i bit
Ciucci Gilberto




