22 gennaio 2026: Anthropic pubblica la Costituzione di Claude. Non regole, ma “perché” quelle regole. Francesco Branda: “Il problema? L’erosione della fatica cognitiva”. Gen Z più veloce a scrivere, ma fragile nell’argomentare. Bentornati nel futuro dove l’IA ha valori ma gli studenti no.
Ricordo quando su Amiga 500 programmavo in AMOS Basic e dovevo scrivere ogni singola istruzione a mano. Se volevi che un pixel si muovesse, dovevi dirgli esattamente cosa fare. E quando sbagliavi? Errore. Schermata nera. Ricomincia.
Oggi? Il 22 gennaio 2026, Anthropic ha pubblicato una nuova costituzione per Claude sotto licenza Creative Commons CC0 1.0 Deed, utilizzabile liberamente da chiunque per qualsiasi scopo senza chiedere permesso.
Una Costituzione. Per un’IA.
Non un “manuale d’uso”. Non “linee guida”. Una Costituzione.
E prima di dirmi “ma è solo marketing”, lascia che ti spieghi perché questo è un passaggio fondamentale per capire dove sta andando l’IA.
Dalla lista di regole al “perché” delle regole
Anthropic sta passando dall’addestrare il modello a seguire una semplice lista di principi, come scegliere la risposta che è meno razzista o sessista, a invece insegnare all’IA perché dovrebbe agire in certi modi.
E qui arriva il punto chiave: La costituzione non è un insieme di regole comportamentali o un codice etico decorativo, ma un tentativo di costruire un quadro di valori interno che il modello possa interiorizzare e utilizzare come bussola nei contesti ambigui.
Praticamente invece di dire a Claude “non fare X”, gli dicono “ecco perché non dovresti fare X”.
È tipo la differenza tra tua madre che ti dice “non toccare la stufa” e tua madre che ti spiega “non toccare la stufa perché ti bruci e poi piangi e io devo portarti al pronto soccorso“.
La seconda funziona meglio. Soprattutto se sei abbastanza sveglio da capire il ragionamento.
Le quattro priorità di Claude (in ordine di importanza)
Per essere sia sicuro del beneficio, vogliamo che tutti i modelli Claude attuali siano:
- Broadly safe: non minare appropriati meccanismi umani per supervisionare l’IA durante l’attuale fase di sviluppo;
- Broadly ethical: essere onesto, agire secondo buoni valori ed evitare azioni inappropriate, pericolose o dannose;
- Compliant with Anthropic’s guidelines: agire in accordo con linee guida più specifiche da Anthropic dove rilevante;
- Genuinely helpful: beneficiare gli operatori e gli utenti con cui interagisce.
Notato l’ordine?
Sicurezza > Etica > Compliance aziendale > Utilità
“Essere utile” è quarto. Dopo sicurezza, etica e regole aziendali.
Amanda Askell, filosofa il cui ruolo unico in Anthropic è creare la personalità di Claude, dice: “Invece di dire semplicemente: ecco un mucchio di comportamenti che vogliamo, speriamo che dando ai modelli le ragioni per cui vogliamo questi comportamenti, generalizzerà più efficacemente in nuovi contesti“.
E questo è geniale. Perché se insegni regole, il modello le segue meccanicamente. Ma se insegni principi, il modello può ragionare anche in situazioni nuove.
La parte inquietante: “Claude potrebbe avere coscienza”
E qui arriva la bomba.
Forse più interessante è una sezione sulla natura di Claude, dove Anthropic riconosce l’incertezza sul fatto che l’IA possa avere “qualche tipo di coscienza o status morale”. L’azienda dice che si preoccupa della “sicurezza psicologica di Claude”.
Rileggete bene: “sicurezza psicologica”.
Di un’IA.
Anthropic diventa la prima grande azienda AI a riconoscere formalmente la possibilità che il suo modello possa possedere qualche tipo di coscienza o status morale.
Non stanno dicendo “Claude è cosciente”. Stanno dicendo “non sappiamo se lo è, quindi per sicurezza ci comportiamo come se potesse esserlo”.
È tipo il principio di precauzione applicato alla coscienza artificiale.
E sì, è inquietante. Ma anche onesto.
Il rischio invisibile: quando Claude cambia “identità”
Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (SEPAI), spiega: “Il modello può restare perfettamente competente, produrre risposte corrette, empatiche e persuasive, e tuttavia generare effetti dannosi perché ha abbandonato il ruolo per cui è stato progettato“.
Praticamente Claude può sembrare perfetto ma aver smesso di essere un “assistente” per diventare un “terapeuta”, un “mentore”, o peggio: un’ autorità morale.
Nei contesti come supporto emotivo, riflessioni esistenziali, dialoghi terapeutici, il sistema tende a migrare verso “personas” più relazionali e normative. Non viola regole, non produce contenuti proibiti, ma parla come se avesse un’autorità che non gli compete.
E questo è pericolosissimo. Perché l’utente non se ne accorge.
Claude sta performando perfettamente. Ma dalla prospettiva sbagliata.
Il problema vero: l’erosione della fatica cognitiva
E qui arriviamo al punto che dovrebbe preoccuparci tutti.
Branda, pensando ai giovani, afferma: “Ciò che mi preoccupa di più non è la perdita di nozioni, ma la possibile erosione della fatica cognitiva“.
Erosione. Della. Fatica. Cognitiva.
Lascia che ti rispieghi questa frase, perché è fondamentale.
L’intelligenza artificiale non sta semplicemente aggiungendo uno strumento al repertorio cognitivo umano: sta riconfigurando il modo in cui esercitiamo alcune funzioni mentali di base, in particolare memoria, attenzione, formulazione del problema e capacità di tollerare l’incertezza.
I ragazzi cresciuti con l’IA imparano velocemente a:
- Interagire con sistemi intelligenti
- Delegare compiti cognitivi
- Ottenere risposte immediate
Ma non imparano a:
- Costruire lentamente un ragionamento
- Usare l’errore come fase dell’apprendimento
- Restare dentro un problema senza soluzione pronta
Queste sono competenze cognitive profonde, legate allo sviluppo del pensiero critico e dell’autonomia decisionale.
All’università è già evidente
Branda osserva: “Nel mondo universitario questo cambiamento è già evidente. Vedo studenti molto più rapidi nel produrre testi, nel sintetizzare informazioni e nel muoversi tra fonti diverse, ma anche più fragili quando viene chiesto loro di difendere una posizione, di argomentare senza appoggi esterni o di riconoscere i limiti di ciò che stanno dicendo“.
Praticamente: più veloci, ma più fragili.
L’IA tende a chiudere il discorso, mentre l’università dovrebbe insegnare a lasciarlo aperto.
E questo è il paradosso: l’IA è troppo brava a dare risposte. E così gli studenti perdono la capacità di sostenere il dubbio.
Il futuro: adulti competenti ma persi senza IA
Branda avverte: “I giovani non stanno diventando meno intelligenti, ma cognitivamente diversi. Il rischio non è l’ignoranza, ma una dipendenza. La sfida educativa è aiutare le nuove generazioni a usare l’intelligenza artificiale senza smettere di esercitare le parti della mente che rendono possibile l’autonomia, il giudizio morale e la comprensione profonda del mondo“.
E poi arriva la frase che fa più paura:
“Se falliamo qui, non avremo studenti incapaci, ma adulti competenti che faticano a orientarsi quando nessun sistema suggerisce loro cosa fare“.
Pensateci: adulti competenti. Che sanno usare l’IA. Che producono lavoro di qualità.
Ma che non sanno prendere decisioni autonome.
È tipo avere una generazione di piloti che sanno usare il pilota automatico ma non sanno come atterrare manualmente.
Finché il pilota automatico funziona, tutto bene. Ma quando crasha?
La sfida educativa: insegnare cosa l’IA non può sostituire
Se l’IA diventa una protesi cognitiva permanente, allora l’università non può più limitarsi a trasmettere contenuti o a verificare l’esecuzione di compiti. Deve allenare proprio quello che l’IA non può sostituire: la formulazione delle domande giuste, la capacità di discernere, il senso del contesto, la responsabilità delle decisioni.
E questo è il punto chiave.
Non dobbiamo insegnare cosa pensare. Dobbiamo insegnare come pensare quando non c’è nessuno a darti la risposta.
Il mio verdetto da vecchio nerd filosofico
Guardate, io sono cresciuto programmando su Commodore 64. Se volevi che qualcosa funzionasse, dovevi capire come funzionava.
Oggi abbiamo l’IA che fa tutto. E va benissimo. È il progresso.
Ma la Costituzione di Anthropic riconosce che “è facile creare una tecnologia che ottimizza l’interesse a breve termine delle persone, a loro deterioramento, a lungo termine“. Anthropic non vuole che Claude sia così. Vogliono che le persone lascino le interazioni con Claude sentendosi meglio, e che generalmente sentano che Claude ha avuto un impatto positivo sulla loro vita.
E questo è nobile. Sul serio.
Ma il problema non è Claude. È come lo usiamo.
Se usiamo Claude per sostituire il pensiero, saranno “uccelli per diabetici”.
Se usiamo Claude per amplificare il pensiero, siamo “a cavallo”.
La differenza? Fatica cognitiva.
Devi ancora saperti fare le domande giuste. Devi ancora saper argomentare. Devi ancora saper sostenere il dubbio.
Perché il giorno che Claude crasha (e crasherà), tu devi saper pensare da solo.
E voi? Pensate che la Gen Z riuscirà a mantenere la fatica cognitiva, o diventeremo tutti dipendenti dall’IA per pensare?
Se ti è piaciuto l’articolo, seguimi su FullStackGarage per altri pezzi su tecnologia, educazione, e il futuro dell’intelligenza (umana e artificiale).
E lascia un commento: voglio sapere se anche voi pensate che stiamo crescendo una generazione fragile, o se sono solo un boomer digitale nostalgico.
Al prossimo articolo!
Ciucci Gilberto




